Il “rifiuto” nel mondo del Lavoro

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Ogni giorno milioni di colloqui di lavoro prendono piede in tutto il mondo, per le posizioni lavorative più disparate. Che sia per il mondo dell’informatica, dell’economia o della giurisprudenza, la quasi totalità delle figure lavorative contemporanee deve obbligatoriamente passare per la fase del colloquio.

Una parola, “colloquio”, che spesso spaventa al solo sentirla nominare; la percezione comune di un colloquio di lavoro è infatti quella di avere dall’altra parte della “barriera” un gruppo di persone che vuole ostacolare la propria ricerca del lavoro, che vuole rendere la propria vita un inferno e che vuole farci sentire non qualificati abbastanza per il lavoro dei propri sogni.

La realtà, però, è tutt’altra. L’azienda che guida il colloquio di lavoro è in realtà un gruppo di persone che desidera ampliare il proprio personale con il candidato più vicino alle proprie esigenze. Nessuno desidera mortificare un candidato al colloquio, tanto meno farlo sentire male.

Ma allora perché il rifiuto sembra così amaro?

Il rifiuto sembra personale

Quando un’azienda ci comunica che “nonostante le nostre qualità, procederanno con altri candidati” ci sentiamo erroneamente nella posizione di pensare che il rifiuto sia personale, rivolto a noi come persone e non come candidati a un colloquio che vede centinaia di domande alla settimana. Pensiamo spesso di aver indispettito personalmente chi conduce il colloquio o riteniamo che uno dei nostri tratti di personalità o qualche particolarità fisica sia sgradita all’azienda perché ci stanno giudicando come persone.

Non è così.

Quando svolgiamo un colloquio di lavoro dobbiamo avere sempre bene in mente un aspetto importantissimo: non verremo mai giudicati come persone. Non è un pensiero facile da perpetrare, eppure ogni selezionatore lascia, per quanto può, le proprie convinzioni personali e i propri pregiudizi fuori dal colloquio, cercando di comprendere il candidato solo ed esclusivamente in relazione alle caratteristiche della posizione da ricoprire e alle soft skills possedute.

Alleniamoci a pensare che il selezionatore non ha interesse a pesare la nostra personalità e gestiremo meglio l’eventuale rifiuto.

Il miglior candidato è un altro

Nel momento in cui riceviamo comunicazione di rifiuto dall’azienda, i primi pensieri sono spesso: “non sono abbastanza valido”, “gli altri sono migliori di me”, “non valgo abbastanza”. Ciò che spesso non è alla portata del triste candidato rifiutato è, però, la realtà dell’azienda che ricerca una figura. Quando il selezionatore procede o meno con la candidatura di una persona, infatti, questi non giudica il suo livello di preparazione in una scala quantitativa, né ordina i candidati dal più preparato al meno preparato.

Quello che il selezionatore fa, solitamente, è invece giudicare la pertinenza del candidato con la posizione; non pone su una bilancia il peso lavorativo del candidato, ma guarda quanto è vicina la sua figura professionale a quella che l’azienda ricerca.

Non esiste quindi “migliore” o “peggiore”, ma semplicemente “più adatto” e “meno adatto”. Quello che può fare la differenza è la vostra personalità e le vostre soft skills!

Deludiamo le aspettative degli altri

Spesso prima di svolgere un colloquio ci confrontiamo con amici e parenti, comunicando loro di essere stati scelti per la selezione. È un atto di socializzazione che ci permette magari anche di scaricare l’ansia, analizzando la posizione lavorativa con qualcuno che conosciamo. Raccontare a qualcuno del proprio colloquio si rivela in molti casi però fonte di preoccupazione per il candidato, che investe il colloquio stesso di più aspettative (le proprie, quelle dei propri amici, della propria famiglia, etc.). Si pensa infatti che al rifiuto di un colloquio segua necessariamente una forte delusione di aspettative, a volte più forti all’esterno rispetto a quelle personali. Ma dovremmo davvero pensarla in questo modo?

I vostri amici e la vostra famiglia non vogliono giudicarvi negativamente. Non riuscire a procedere in un processo di selezione non è motivo di delusione di aspettative, specie se si è dati il proprio massimo.

Guardate a queste persone piuttosto per ricevere dei feedback o dei consigli o per allenare la vostra presentazione, perché tutto ciò che vogliono fare è aiutarvi.

Uno su mille

La realtà dei fatti è questa: per una singola posizione lavorativa possono arrivare anche cento, duecento domande. Immaginate quindi l’impegno di queste duecento persone, le loro speranze e l’unicità dei duecento percorsi professionali… La posizione è solo una e purtroppo centonovantanove candidati non concluderanno la selezione.

È un dato che può far male e apparire molto duro, ma è la realtà e tale realtà nasconde uno dei motivi più importanti per il quale il rifiuto non dovrebbe essere vissuto in maniera così aspra. Del resto, come in qualsiasi aspetto della vita, non è possibile vincere sempre. Non siate troppo duri con voi stessi, quindi, perché non è sempre possibile essere il candidato più adatto alla posizione.

Quello che potete fare, però, è mettere tutto il vostro impegno e vendere voi stessi al massimo delle vostre possibilità, lasciando brillare la vostra personalità, le vostre competenze e le vostre soft skills. Evitate di mascherarvi da ciò che non siete, poiché l’azienda potrebbe essere interessata al vostro specifico percorso, piuttosto che a un percorso standard che tutti immaginano debba esistere. 

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